Barra delle Notizie

il volto santo in oriente

All’inizio del Cristianesimo le comunità cristiane, che fin da subito si sono rapidamente diffuse in tutto l’Impero, osservavano la proibizione biblica di fare immagini [1] sostenuta da voci autorevoli come quella di Eusebio di Cesarea [2]; ad essa si associava poi una comprensibile prudenza a rappresentare direttamente la figura di Cristo a causa delle persecuzioni dei primi secoli, terminate solo con l’Editto di tolleranza, promulgato a Milano da Costantino nel 313 d.C.

Le prime raffigurazioni di Cristo sono quindi simboliche (il pesce, il buon pastore), oppure riprendono i modelli classici, come il filosofo dalla folta barba o il dio Apollo imberbe. Solo dal V-VI secolo s’impone in Oriente come in Occidente il volto nel quale tutti riconosciamo i tratti di Cristo. Un fenomeno simile non è accaduto per la Vergine Maria, i cui ritratti sono molto dissimili tra loro.

Si sono ipotizzate più cause per spiegare questo cambiamento dottrinale e iconografico; per i Padri della Chiesa all’origine c’è la consapevolezza di possedere un ritratto di Cristo dalle origini miracolose, come testimonierà, durante la controversia iconoclasta, il monaco Giorgio di Cipro:

«Cristo stesso ha trasmesso la sua immagine alla Chiesa» [3].

La Camulia

E’ in Cappadocia, nell’odierna Turchia, nella piccola città di Camulia che inizia la storia di un’acheropita di Cristo su stoffa. Un sermone attribuito a Gregorio di Nissa chiama la città di Camulia “nuova Betlemme”[4]: l’acheropita crea quindi un forte nesso col mistero dell’Incarnazione. L’esistenza dell’immagine nel mondo bizantino è documentata da fonti liturgiche e storiche dai tempi di Giustiniano (482-565) che ci permettono di seguirne le tracce fino alla sua scomparsa agli inizi dell’VIII secolo; della Camulia non abbiamo, però, nessuna riproduzione [5].

Le fonti non concordano sui particolari della comparsa della Camulia: la testimonianza più antica, di Zaccaria di Mitilene (fine V sec.), racconta che l’avrebbe rinvenuta nella sua fontana Ipazia, una pagana che non poteva credere a Gesù senza vederlo (è il tema attribuito ai Greci dell’importanza del vedere per credere). Prodigiosamente da questa immagine si sarebbero formate altre copie. La Camulia, o una sua copia, arriva a Diobulone nel Ponto e dà lì viene portata in processione per due anni attraverso tutta l’Asia Minore.[6]

Nel 574 Giustino II fece trasportare la Camulia a Costantinopoli dove fu trionfalmente accolta come palladio imperiale, dispensatore della divina protezione sulla città e sull’impero.[7] Teofilatto Simocatta descrive la Camulia – «l’immagine del Dio incarnato» –[8] prima della vittoria sul fiume Arzamon, come un’immagine che non sembra né tessuta né dipinta:

si dice dall’antichità e fino a oggi si ritiene che l’abbia creata l’arte divina, che non l’abbiano prodotta mani di tessitore né l’abbia colorata la pasta di un pittore.[9]

Nel 622, Giorgio di Pisidia scrive che Eraclio, in partenza contro la Persia, «prese la figura divina e venerata, la copia dello scritto non scritto da mani d’uomo».[10]

Le notizie sulla Camulia terminano improvvisamente prima della controversia iconoclasta (726/843). Non sappiamo quando e come l’immagine sia stata perduta o dimenticata. Durante il secondo Concilio di Nicea (787), in cui era a tema la legittimità delle icone, la Camulia viene citata una sola volta come elemento del passato: il diacono Cosma mostra un martirologio al quale erano state strappate le pagine sulla storia della Camulia per dimostrare come gli iconoclasti avessero voluto distruggere le testimonianze dei Padri a favore delle icone.[11]

La controversia iconoclasta

Nella guerra contro le immagini sacre – è questo il significato del termine “iconoclastia”, che insanguinò per più di un secolo l’impero bizantino e la Chiesa orientale -, il conflitto fu innanzitutto teologico, intorno al mistero di Cristo: gli oppositori delle immagini sostenevano che raffigurare Cristo significava rappresentarne solo la natura umana (essendo la natura divina incircoscrivibile) e quindi scindere l’unità della sua Persona. Mentre gli iconoduli, i difensori delle immagini, chiedevano agli oppositori:

Come potreste riconoscere Cristo al suo ritorno se perderete la memoria del suo Volto Personale? [13]

Il Mandylion di Edessa

Se i padri conciliari hanno dimenticato la Camulia, durante le dispute come argomento a favore delle icone viene più volte citata un’altra acheropita, che diverrà l’immagine più celebre del mondo bizantino: il Mandylion di Edessa, l’asciugamano (mandylion è un termine arabo che significa “asciugamano”, “fazzoletto”) che il Signore stesso avrebbe inviato a re Abgar il nero (4 a.C. – 50 d.C.).

Si racconta che il re Abgar di Edessa aveva mandato un pittore per fare un ritratto di Cristo. Ma egli non poté farlo per la luce che splendeva dal volto del Signore. Allora, preso un velo e postolo davanti al suo santo e vivificante volto, Gesù impresse la sua immagine che mandò al re Abgar, soddisfacendo così il suo desiderio.[14]

Così san Giovanni di Damasco sintetizza la storia di Abgar V toparca di Edessa, l’attuale Urfa in Turchia, contemporaneo di Cristo. Secondo la tradizione, Abgar introdusse il cristianesimo nel suo regno dopo la predicazione fatta da Taddeo, uno dei settanta discepoli, inviato a Edessa dall’apostolo Tommaso; ancora oggi le Chiese di origine sira venerano re Abgar come santo.

La documentazione storica e liturgica sul Mandylion è ricchissima; i testi più antichi risalgono al IV secolo. Nelle fonti di origine sira, gli ambasciatori di re Abgar sono identificati con i Greci che si avvicinano all’apostolo Filippo dicendo: «Vogliamo vedere Gesù», citati nel capitolo XII del vangelo di Giovanni.

La lettera di Abgar

La storia di re Abgar è raccontata da Simeone Mentafraste nel lungo testo liturgico del Sinassario.[15]

Verso l’anno 30, Abgar V, governante di Edessa, soffriva di lebbra e di gotta e non trovò rimedio da nessun medico e con nessuna medicina. Venendo a sapere dei miracoli che Gesù operava a Gerusalemme in mezzo alla ingratitudine dei Giudei, chiamò a sé un certo Anania, suo segretario e ottimo ritrattista, per affidargli un doppio incarico: consegnare una lettera a Gesù e farne un ritratto il più fedele possibile. Questo il testo della lettera:

Abgar, toparco della città di Edessa, a Gesù Cristo eccellente medico apparso a Gerusalemme, salve! Ho sentito parlare di te e delle guarigioni che operi senza medicamenti. Raccontano infatti che fai vedere i cechi, camminare gli zoppi, che mondi i lebbrosi, scacci i demoni e gli spiriti impuri, risani gli oppressi da lunghe malattie e resusciti i morti. Avendo udito di te tutto questo, mi è venuta la convinzione di due cose: o che sei figlio di quel Dio che opera queste cose, o che tu sei Dio stesso. Perciò ti ho scritto pregandoti di venire da me e di risanarmi dal morbo che mi affligge e di stabilirti presso di me. Perché ho udito che i Giudei mormorano contro di te e ti vogliono fare del male. La mia città è molto piccola, è vero, ma onorabile e basterà a tutti e due per vivervi in pace.

Anania si reca a Gerusalemme, consegna la lettera e prova ad eseguire il ritratto richiestogli, ma non vi riesce perché «il viso del Cristo emana uno splendore troppo intenso per essere dipinto». Gesù, comprendendo la difficoltà di Anania, chiede dell’acqua per lavarsi ed un asciugamano. E imprime l’immagine del suo volto sull’asciugamano che consegna ad Anania, insieme ad una lettera di risposta a re Abgar in cui Gesù gli promette l’invio del suo discepolo Taddeo. Abgar accoglie con grandi onori e profonda venerazione la lettera e il ritratto che lo guarisce dai suoi mali, ad eccezione di qualche punto di lebbra sul volto.

La corrispondenza tra Abgar e Gesù era molta nota nell’antichità. Lo storico Eusebio dice di averla tradotta dal siriaco in greco. Egeria, pellegrina a Edessa nel 384, ne chiede al vescovo una copia per poterla confrontare con la versione vista in Spagna. Agostino conosce la corrispondenza, ma ne contesta l’autenticità. Né Eusebio né Egeria citano il ritratto di Cristo, che troviamo nelle versioni del racconto posteriori alla metà del IV secolo.

Ricevuto il ritratto Abgar lo colloca in una nicchia sulla porta della città. Col ritorno al paganesimo, il vescovo della città, per proteggere l’immagine, sigilla la nicchia con una tegola. L’immagine sarà riscoperta solo quattro secoli più tardi durante l’assedio del re persiano Cosroe. La lampada che era stata posta nella nicchia è ancora accesa e la fiamma ha contribuito a imprimere sulla pietra che la chiudeva una copia dell’immagine. Questa copia prenderà il nome di keramion, in greco “tegola”, “ceramica”.

La prima fonte storica attendibile che parla di un’acheropita di Cristo conservata a Edessa è del 590;[16] anche fonti arabe parlano del panno di cui si era servito Gesù per imprimervi il suo volto.

Nell’843, terminata la controversia iconoclasta e ristabilito il culto delle immagini, il Mandylion continua a interessare Bisanzio, che desidera l’acheropita anche per sottrarla alla dominazione musulmana di Edessa. Nel 944, dietro pagamento di un forte riscatto, la più venerata immagine d’Oriente, con grandissima festa di popolo, prodigi e guarigioni, giunge a Costantinopoli accolta dall’imperatore Romano il Lecapeno (920-944) [17].

Fin da subito a Costantinopoli ci si interroga sul momento in cui l’immagine si è formata (quindi la fonte che risale a re Abgar non è considerata certa); l’imperatore Costantino VII (944-959) riporta come possibile momento dell’impressione del Mandylion sia l’ipotesi di Abgar, cioè durante la vita pubblica di Gesù, sia il momento dell’agonia nell’Orto degli Ulivi:

Sul punto principale del fatto, tutti sono d’accordo e convengono che la forma sia stata impressa in modo meraviglioso nel tessuto tramite il volto del Signore vivo. Ma sul momento essi differiscono, cosa che non nuoce per nulla alla verità: che esso si sia prodotto prima o più tardi. Ecco, quindi l’altra tradizione: «Quando Cristo stava per pervenire alla sua passione volontaria, quando fece vedere l’umana debolezza e fu visto mentre agonizzava e pregava, allorquando il suo sudore colava come gocce di sangue, secondo la parola del Vangelo, allora, si dice, egli ricevette da uno dei suoi discepoli un pezzo di stoffa, che si vede adesso, e si asciugò il sudore. Subito vi si impresse questa impronta visibile dei suoi tratti divini».[18]

Da questo testo si può dedurre che il Mandylion porta in sé l’evidenza di un Gesù vivo, ma sofferente.

Dal X secolo, la riflessione teologica nata a difesa delle icone e la grande importanza attribuita al mistero dell’Incarnazione attuarono una piccola rivoluzione artistica e liturgica. Nella fioritura di nuove chiese il Mandylion e il Keramion trovano posto all’apice degli archi a est e a ovest, uno di fronte all’altro, dove si toccano il cielo (la cupola) e la terra (il cubo della navata).

Troviamo riproduzioni del Mandylion anche alla sommità dei timpani all’esterno delle chiese e sulle porte delle città. Per la sua unicità di ritratto lasciatoci da Cristo stesso, il Volto Santo diviene, inoltre, il prototipo di tutte le icone di Cristo.[19] Come scrive Olivier Clément:

Effettivamente qualche cosa è stata scoperta ad Edessa nel VI secolo e trionfalmente portata a Costantinopoli nel 944, qualcosa che ha precisato fin nei particolari la rappresentazione di Cristo.[20]

Caso unico nel calendario orientale, al Mandylion è dedicata una festa liturgica, il 16 agosto, giorno della sua traslazione. A Costantinopoli il Mandylion è inizialmente accessibile per la venerazione e la riproduzione di copie; nel corso dell’XI secolo il suo status cambia. Nel 1058 il giacobita Yahia Ibn Giarir riporta che il Mandylion viene esposto una sola volta l’anno.[21] Secondo l’Anonimo Tarraconese (seconda metà dell’XI secolo)

il Mandylion era sempre chiuso in un vaso d’oro. E sebbene tutte le reliquie venissero esposte ai fedeli, il panno con il volto del nostro Redentore non è mostrato a nessuno, nemmeno allo stesso imperatore di Costantinopoli.[22]

Il sacco di Costantinopoli

Nel corso dell’XI secolo si compie nella Chiesa la separazione fra Occidente e Oriente. Nel 1204, la quarta crociata indetta da Innocenzo III si trasforma in una insensata guerra di cristiani contro cristiani, che si conclude col sacco di Costantinopoli che depredò la città del suo tesoro di reliquie. Nella cronaca della conquista, redatta dal crociato francese Robert de Clary,[23] cogliamo la meraviglia per la bellezza di quella che era considerata la “regina di tutte le città”:

Dacché il mondo fu creato, non si erano mai visti né conquistati tesori così grandi, né così magnifici né così ricchi, né ai tempi di Alessandro, né ai tempi di Carlo Magno, né prima, né dopo. Neppure io credo, per quanto è a mia conoscenza, che nelle quaranta città più ricche del mondo vi siano tante ricchezze quante se ne trovarono a Costantinopoli.[24]

Tra le reliquie del palazzo imperiale Robert de Clary cita il Mandylion e il Keramion; è dalla sua testimonianza che conosciamo ove fosse conservato il vaso d’oro irraggiungibile a tutti:

Il palazzo Boukoleon era tanto ricco e così ben costruito come vi descriverò. Dentro quel palazzo ci saranno state almeno trenta cappelle, grandi e piccole, e ce n’era una che chiamavano la Santa Cappella. Dentro quella cappella si trovavano molte ricche reliquie: vi si trovarono due pezzi della Vera Croce, grossi quanto la gamba di un uomo e lunghi tre piedi e vi si trovò il ferro della Lancia da cui Nostro Signore ebbe il costato trapassato ed i due chiodi che gli furono conficcati nelle mani e nei piedi. E si trovò anche una fiala di cristallo con una gran parte del Suo Sangue. E vi si trovò la tunica che aveva indosso quando lo spogliarono e lo portarono al Monte Calvario. C’erano anche altre reliquie in quella cappella, che noi abbiamo dimenticato di descrivervi. C’erano, infatti, due ricchi recipienti d’oro che pendevano in mezzo alla cappella da due grosse catene d’argento. In uno di questi recipienti c’era una tegola e nell’altro un pezzo di tela: ora vi racconteremo da dove erano giunte quelle reliquie. Un buon uomo aveva indosso un pezzo di tela e Nostro Signore gli disse: «Su, dammi quel pezzo di tela». E l’uomo glielo diede e Nostro Signore se lo avvolse intorno al viso in modo che la sua fisionomia vi restasse impressa, poi glielo ridiede e gli disse che lo prendesse e lo facesse toccare ai malati e chiunque avesse avuto fede sarebbe guarito da qualsiasi infermità. E il buon uomo lo prese e lo portò via, ma prima di portarlo via, non appena Gesù gli ebbe reso il pezzo di tela, l’uomo buono lo prese e lo nascose sotto una tegola fino al tramonto. Al tramonto, quando stava per andarsene, prese il suo pezzo di tela ma, come sollevò la tegola, si accorse che il volto divino era impresso sulla tegola così come sulla tela; allora prese il pezzo di tela ed insieme la tegola e da allora guarirono molti ammalati.[25]

Dopo la quarta crociata, nessuna Chiesa orientale rivendicherà più il possesso di un’acheropita, pur mantenendo la festa liturgica del 16 agosto e continuando a usare il Volto Santo come modello del volto di Cristo.[26]

Tratto da: Il Volto Ritrovato, I tratti inconfondibili di Cristo, catalogo per la mostra omonima realizzata per la XXXIV edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli, Pagina soc. coop., Bari, 2013


[1] Es 20,4 e Dt 4, 15-18.

[2] Cfr. Lettera di Eusebio di Cesarea all’imperatrice Costanza, in Textus byzantinos ad iconomachiam pertinentes, a cura di H.Hennephof, Leiden, 1969, 42-45

[3] Giorgio di Cipro, Nouthesia, ed. Mélioniransky, p. XXIII.

[4] «Ascoltate, fratelli e padri, e racconterò a voi tutti che siete timorati di Dio le cose successe nella nuova Betlemme di Camuliani, e io, l’umile Gregorio, metterò sotto gli occhi di tutti le cose che riguardano la veneranda immagine e la beata Bassa, il cui nome è stato cambiato in Aquilina, cose mostrate dal Santo Spirito a me, che ne sono indegno». Gregorio di Nissa, Inventio imaginis in Camulianis, cap. 2.

[5] Secondo Alexei Lidov, l’immagine di Cristo entro un clipeo nell’icona del VII secolo dei santi Sergio e Bacco, proveniente dal monastero di Santa Caterina del Sinai e conservata a Kiev, potrebbe essere una rara eco della Camulia. Cfr. Alexei Lidov, Il Dittico del Sinai e il Mandylion, in Anna Rosa Calderoni Masetti, Colette Dufour Bozzo, Gerhard Wolf, Intorno al Sacro Volto. Genova, Bisanzio e il Mediterraneo (secoli XI-XIV), catalogo della mostra, Padova, Marsilio, 2007, p. 83.

[6] Forse era la Camulia il mantello visto in Egitto nel 570 da un pellegrino piacentino. «In Menfi vedemmo un mantello di lino sul quale è impressa l’effigie del Salvatore con cui, dicono, a quel tempo Egli si asciugò la sua faccia, e rimase impressa la sua immagine che viene adorata ogni giorno. Anche noi l’adorammo, ma a causa dello splendore non potevamo mirarla, perché per quanto tu la fissavi, si cambiava nei tuoi occhi». (Anonimo Piacentino, Itinera Jerosolimitana, XV, 44).

[7] Nel 574 scrive lo storico Giorgio Cedreno: «Sono giunti (l’immagine) non fatta da mani umane da Camulia, una località della Cappadocia, e i venerabili legni (della Croce) dalla città di Apameia della seconda Siria». Cfr. Ernst von Dobschütz, Christusbilder, Leipzig, J.C. Hinrichs, 1899, p. 125, traduzione dal greco di Heinrich Pfeiffer.

[8] Teofilatto Simocatta, Historiae. libro II, capp. 3-4.

[9] Ivi, libro II, cap. 4, par. 8 (p. 48).

[10] Giorgio di Pisidia, De expeditione Heraclii imperatoris contra Persas, libri tres, libro I, vv. 139-153. Cfr. anche Teofane: «…la figura divino-umana, che non è stata delineata da mani, ma che è stata formata dalla Parola che tutto forma e crea, senza alcuna circoscrizione, come si realizza la gravidanza senza seme. Fidandosi dell’archetipo che Dio stesso ha disegnato, egli cominciò le battaglie».

[11] Fonti di scarso valore storico riportano che la Camulia sia giunta a Roma nel 705 e il velo sarebbe stato sovrapposto all’icona del Salvatore Acheropita del Laterano, le cui prime notizie risalgono al 752. Secondo un’ipotesi di padre Heinrich Pfeiffer, la Veronica romana potrebbe essere l’antica Camulia trasferita verso il XII secolo dal Laterano nella basilica di San Pietro.

[12] Vladimir Solov’ëv, La Russia e la Chiesa universale, Milano, La Casa di Matriona, 1989, p. 43.

[13] Cfr. Pàvel Nikolàjevič  Evdokìmov, Teologia della bellezza, Milano, San Paolo, 1990, p. 198.

[14] Testo greco in PG 94, 1173.

[15] Sinassario è una raccolta di vite di santi per uso liturgico, corripondentente al Martirologio latino. Il Sinassario del Mandylion, che data intorno all’anno 1000, è stato presentato da Georges Gharib al secondo Convegno Internazionale di Sindonologia di Torino, nel 1978. Georges Gharib, La festa del Santo Mandylion nella Chiesa Bizantina, in La Sindone e la Scienza, Atti del II Congresso Internazionale di Sindonologia, (Torino, 7-8 ottobre 1978), Torino, Edizioni Paoline, 1979.

[16] Evagrio Scolastico, Storia ecclesiastica, in PG 86, 2745-2748.

[17] Nelle fonti che descrivono l’acquisizione, leggiamo che l’imperatore, al corrente dell’esistenza di più copie dell’acheropita, si fece inviare tre esemplari che fece esaminare prima di scegliere quella che gli sembrò autentica.

[18] Costantino VII Porfirogenito, testo greco in PG 113, 454.

[19] Secondo lo storico dell’arte André Grabar, ogni icona ricorda il Mandylion già nella tela di lino che il pittore di icone stende sulla tavola di legno.

[20] Olivier Clément, Piccola introduzione alla teologia dell’icona, in «Contacts», 181, 1998.

[21] Cfr. Georges Gharib, Le icone di Cristo, Torino, Città Nuova, 1993, p. 53.

[22] Krijnie N. Ciggaar, Une description de Costantinople dans le Tarragonensis 55, in «Revue des études byzantines», 53, 1995, pp. 120-121.

[23] Il piccardo francese è famoso per la sua menzione della Sindone tra le reliquie di Costantinopoli, che è una delle prime notizie storiche del Sudario di Torino.

[24] Robert de Clary, La Conquête de Constantinople, a cura di Philippe Lauer, Paris, Edouard Champion, 1924, pp. LXXXII-LXXXIII.

[25] Ibidem.

[26] Nel 1978 lo scrittore inglese Ian Wilson ha avanzato l’ipotesi che il Mandylion possa essere identificato con la Sindone di Torino. L’ipotesi, come ha scritto Georges Gharib «è senz’altro seducente, perché permette di completare i tasselli mancanti alla storia della Sindone. Ma l’identificazione proposta cozza contro il fatto che il Mandylion, secondo tutta la tradizione antica – letteraria e iconografica – comportava il solo volto di Cristo sul fondo di esso e non l’intero corpo. Per di più, il Mandylion non è un ritratto funerario, come lo è la Sindone di Torino» (Gharib, Le icone di Cristo, cit., p. 57). L’ipotesi è tuttora al centro di un vivace dibattito. Si veda ad esempio Andrea Nicolotti, Forme e vicende del Mandilio di Edessa secondo alcune moderne interpretazioni, in Sacre impronte e oggetti “non fatti da mano d’uomo” nelle religioni, a cura di Adele Monaci Castagno, atti del convegno internazionale (Torino, 18-20 maggio 2010), Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2011, pp. 279-304.